La storia del tesoro di Alarico nasce da uno degli episodi più traumatici della tarda antichità: il sacco di Roma del 410 d.C. In soli tre giorni i Visigoti guidati da Alarico entrarono nella città e si impadronirono di una grande quantità di ricchezze custodite nei templi, nelle residenze patrizie e negli edifici pubblici. Poi lasciarono Roma e si diressero verso il Sud Italia.
Nel libro Il tesoro di Alarico. Tra l’Impero romano e l’Europa moderna, Cesare Pasini parte da questo episodio storico per sviluppare un’ipotesi più ampia: che fine fecero non soltanto l’oro e l’argento sottratti a Roma, ma anche le opere d’arte, i trofei e gli innumerevoli oggetti preziosi accumulati dalla capitale dell’Impero durante secoli di conquiste?
Dalla conquista di Roma alla morte di Alarico
Dopo il saccheggio, i Visigoti attraversarono la Campania e proseguirono verso la Calabria, con l’intenzione di raggiungere la Sicilia e successivamente l’Africa. Fallito il tentativo di attraversare lo Stretto di Messina, tornarono verso nord e si stabilirono nei pressi di Cosenza per trascorrere l’inverno.
Fu proprio in questo periodo che Alarico morì. La tradizione tramandata da Giordane, sulla base dell’opera perduta di Cassiodoro, racconta che i Visigoti deviarono temporaneamente il corso del Busento, scavarono una tomba nel suo letto e vi seppellirono il loro re insieme al cavallo e all’armatura, facendo poi tornare il fiume nel suo corso originario.
Da secoli ci si domanda quanto ci sia di storico e quanto di leggendario in questo racconto. Il libro di Pasini prova però a spostare l’interrogativo: ammesso che la tomba di Alarico esista ancora, che cosa potrebbe realmente trovarsi al suo interno?
Non soltanto oro: il vero significato del tesoro
È qui che l’interpretazione proposta nel volume diventa particolarmente interessante. Secondo l’autore, sarebbe poco logico immaginare che i Visigoti abbiano sepolto insieme ad Alarico tutto l’oro e l’argento conquistati a Roma. Quei metalli costituivano una risorsa fondamentale e potevano essere rifusi, trasformati e utilizzati.
Diverso sarebbe stato il destino di numerosi oggetti sottratti durante il saccheggio: cammei, pietre preziose, vasi scolpiti, opere d’arte e trofei che possedevano un enorme valore storico o simbolico, ma un’utilità molto minore per una popolazione in continuo movimento.
Pasini concentra l’attenzione soprattutto sulle gemme. Il mondo greco e romano aveva raggiunto livelli estremamente raffinati nella lavorazione delle pietre dure e nella realizzazione dei grandi cammei. Eppure solo una piccola parte di questa produzione sembra essere arrivata fino a noi. Nel libro, la forte diminuzione di gemme e cammei documentabili nel Medioevo viene interpretata come uno degli indizi che potrebbero collegare molti di questi oggetti al bottino visigoto.
Una sorta di “capsula del tempo” dell’antichità
Seguendo questo ragionamento, il valore archeologico della sepoltura sarebbe molto superiore al semplice ritrovamento di un tesoro in senso tradizionale.
Il libro ipotizza che insieme ad Alarico possano essere stati deposti oggetti provenienti dai luoghi più importanti di Roma: trofei militari, simboli del potere imperiale, armature, scettri, corone e forse persino strumenti scientifici e meccanici conservati per secoli nella capitale.
Tra le possibilità più suggestive Pasini cita persino la Menorah, il celebre candelabro a sette bracci sottratto dai Romani al Tempio di Gerusalemme e raffigurato sull’Arco di Tito. L’autore precisa però che si tratta soltanto di un’ipotesi impossibile, allo stato attuale, da quantificare o dimostrare.
Più che una montagna d’oro, quindi, la tomba potrebbe rappresentare una sorta di deposito involontario della cultura materiale del mondo antico.
Un tesoro tra Roma e l’Europa moderna
Ed è proprio questo il significato più ampio del libro. La ricerca della tomba di Alarico diventa anche un modo per riflettere sulla frattura tra la civiltà romana e il Medioevo.
Molte opere d’arte, conoscenze e testimonianze dell’antichità andarono perdute durante i secoli di invasioni, guerre e distruzioni. Quelle sopravvissute contribuirono, molto tempo dopo, alla formazione della cultura europea. Pasini suggerisce quindi che una sepoltura rimasta nascosta per oltre sedici secoli potrebbe aver conservato qualcosa di quel patrimonio scomparso.
È questo, più ancora dell’idea di trovare oro e gioielli, il vero fascino del tesoro di Alarico: la possibilità che sotto terra sia rimasta intatta una testimonianza diretta del momento storico in cui il mondo romano stava lasciando spazio all’Europa medievale.
